• Anelli nell'io

    “Sospesi a metà tra l’inconcepibile immensità cosmica dello spazio-tempo relativistico e il guizzare elusivo e indistinto di cariche quantiche, noi esseri umani, più simili ad arcobaleni e miraggi che ad architravi o macigni, siamo imprevedibili poemi che scrivono se stessi – vaghi, metaforici, ambigui, e a volte straordinariamente belli.”
    Douglas Hofstadter
  • Caos

    La relatività eliminò l'illusione newtoniana dello spazio e tempo assoluti;
    la teoria quantistica eliminò il sogno newtoniano di un processo di misurazione controllabile;
    il caos elimina la fantasia laplaciana della prevedibilità deterministica.

    Joseph Ford - "What is Chaos, that we should be mindful of it?"
  • Developer

    Il programmatore di computer è un creatore di universi per i quali è il solo legislatore. Non c'è commediografo, regista o imperatore, per quanto potente, che abbia mai esercitato una autorità così assoluta da disporre un palcoscenico o un campo di battaglia e da comandare attori o truppe altrettanto incorruttibilmente obbedienti.
    Joseph Weizenbaum
  • Patience

    Patience is a virtue, Savannah.
    To tolerate delay.
    It implies self-control and forbearance, as opposed to wanting what we want when we want it.
    Something to think about.

    Catherine Weaver - The Sarah Connor Chronicles
  • Computer Science

    La Computer Science riguarda i computer non più di quanto l'astronomia riguarda i telescopi.

    E.W. Dijkstra
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28. Il pessimismo come modo di vivere

Non v’è rosa senza spine. Ma vi sono parecchie spine senza rose!

L’opera principale di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, scritto tra i venti e i trent’anni, fu pubblicata nel 1818, e un secondo volume supplementare nel 1844. Si tratta di un’opera di sorprendente ampiezza e profondità, che offre osservazioni penetranti sulla logica, l’etica, l’epistemologia, la percezione, la scienza, la matematica, la bellezza, l’arte, la poesia, la musica, il bisogno della metafisica e le relazioni dell’uomo con gli altri e con se stesso. La condizione umana è presentata in tutti i suoi aspetti più tetri: la morte, l’isolamento, l’insensatezza della vita e la sofferenza inerente all’esistenza stessa. Molti studiosi ritenevano che, con la sola eccezione di Platone, nell’opera di Schopenhauer ci fosse un numero di idee valide maggiore che in quella di qualsiasi altro filosofo.

Schopenhauer espresse di frequente il desiderio, e l’aspettativa, di essere ricordato per sempre per questa sua grande opera. In seguito, nel corso della sua vita, pubblicò un altro lavoro di grande valore, due volumi di saggi filosofici e aforismi dal titolo Parerga e paralipomena, che in greco significa «Opere complementari e omesse».

Quando Arthur era in vita la psicoterapia non era ancora nata, e tuttavia nei suoi scritti c’è molto di pertinente con la terapia. La sua opera maggiore cominciava con una critica e un ampliamento di Kant, che aveva rivoluzionato la filosofia attraverso l’intuizione secondo cui noi costituiamo la realtà piuttosto che percepirla. Kant si era reso conto che tutti i nostri dati sensibili sono filtrati attraverso il nostro apparato neurale, all’interno del quale vengono poi rimontati per fornirci un’immagine che noi chiamiamo realtà ma che in effetti è soltanto una chimera, una finzione che emerge dalla nostra mente che concettualizza e suddivide in categorie. Di fatto anche la causa e l’effetto, la successione, la quantità, lo spazio e il tempo sono concettualizzazioni, costruzioni, non entità che esistono in natura.

In aggiunta, noi non possiamo “oltrepassare” con lo sguardo la versione da noi elaborata di quello che c’è là fuori; non abbiamo modo di sapere che cosa ci sia “realmente” laggiù, ovvero l’entità che esiste a priori del nostro processo percettivo e intellettuale. Quell’entità primaria, che Kant chiamava Ding an sich (la cosa in sé) per noi sarà e dovrà rimanere per sempre inconoscibile.

Sebbene Schopenhauer concordasse sul fatto che noi non possiamo mai conoscere «la cosa in sé», credeva che potessimo avvicinarci a essa molto più di quanto pensasse Kant. Secondo lui Kant aveva trascurato una fonte molto importante delle informazioni disponibili a proposito del mondo che viene percepito (il fenomenico): i nostri stessi corpi! I corpi sono oggetti materiali. Esistono nel tempo e nello spazio. E ciascuno di noi ha una conoscenza straordinariamente ricca del proprio corpo, una conoscenza che scaturisce non dai nostri apparati percettivi o concettuali, ma una conoscenza diretta dall’interno, una conoscenza che scaturisce dai sentimenti.

Dai nostri corpi noi traiamo una conoscenza che non possiamo concettualizzare e comunicare perché la maggior parte della nostra vita interiore ci è sconosciuta. È repressa e non le viene permesso di fare irruzione nella coscienza, perché il conoscere le nostre nature più intime (la nostra crudeltà, paura, invidia, lussuria sessuale, aggressività, egoismo) ci causerebbe un turbamento maggiore di quello che siamo in grado di sopportare.

Non sembra qualcosa di famigliare? Non ricorda tutti quei marchingegni freudiani, l’inconscio, il processo primitivo, l’id, la repressione, l’ingannare se stessi? Non sono questi i germi vitali, le origini primordiali, del tentativo psicoanalitico? Tenete a mente che l’opera principale di Arthur è stata pubblicata quarant’anni prima della nascita di Freud. Quando Freud (e anche Nietzsche) erano scolari a metà del XIX secolo, Arthur Schopenhauer era il filosofo più letto in Germania.

Come riusciamo a capire queste forze inconsce? Come le comunichiamo agli altri? Anche se non possono essere concettualizzate, possono essere sperimentate e, secondo Schopenhauer, trasmesse direttamente, senza parole, attraverso le arti. Per questo motivo avrebbe dedicato alle arti, alla musica in particolare, molta più attenzione di qualsiasi altro filosofo.

E il sesso? Non lasciò dubbi sulla propria convinzione che i sentimenti sessuali avessero un ruolo cruciale nel comportamento umano. Anche qui fu un intrepido pioniere: nessun filosofo precedente aveva avuto l’intuizione (o il coraggio) di scrivere dell’importanza riproduttiva del sesso per la nostra vita interiore.

E la religione? Schopenhauer fu il primo grande filosofo a costruire il proprio pensiero su fondamenti atei. In modo esplicito e con veemenza negò il soprannaturale, sostenendo invece che noi viviamo interamente nello spazio e nel tempo e che tutte le entità non materiali sono costruzioni false e non necessarie. Anche se molti altri, Hobbes, Hume, persino Kant, potevano aver avuto delle tendenze agnostiche, nessuno aveva osato esplicitare il proprio ateismo. Da un lato, infatti, dipendevano per la loro sopravvivenza da stati e università che davano loro un impiego e quindi proibivano loro di esprimere sentimenti antireligiosi. Arthur non fu mai impiegato né ebbe necessità di esserlo e fu quindi libero di scrivere quello che gli aggradava. Precisamente per la stessa ragione Spinoza, un secolo e mezzo prima, aveva rifiutato le offerte di importanti cariche universitarie ed era invece rimasto un semplice molatore di lenti.

E le conclusioni a cui Schopenhauer giunse grazie alla conoscenza interiore del corpo? Furono che in noi, e in tutta la natura, c’è una forza vitale inesorabile, insaziabile, primitiva che egli denominò volontà. Ovunque noi guardiamo nella vita, scrisse, vediamo uno «sforzo, costituente il nocciolo e l’in-sè di ogni cosa». Cos’è la sofferenza? È l’«impedimento per via di un ostacolo che impedisca il fine [della volontà]». Cos’è la felicità, il benessere? È «il conseguimento del suo fine».

Noi vogliamo, vogliamo, vogliamo, vogliamo. Per ogni bisogno che giunge a livello di consapevolezza ce ne sono dieci in attesa dietro le quinte dell’inconscio. La volontà ci guida inesorabilmente perché, una volta che un bisogno è soddisfatto, è in breve rimpiazzato da un altro bisogno e poi da un altro ancora, per tutta la vita.

Schopenhauer alle volte invoca il mito della ruota di Issione o il mito di Tantalo per descrivere il dilemma dell’esistenza umana. Issione era un re che era stato sleale con Zeus e che per punizione era stato legato a una ruota infuocata destinata a girare per l’eternità. Tantalo, che aveva osato sfidare Zeus, fu punito per la sua superbia e condannato a essere eternamente tentato e mai soddisfatto. La vita umana, pensava Schopenhauer, gira eternamente attorno all’asse del bisogno seguito dal soddisfacimento. Siamo contenti del soddisfacimento? Ahimè, solo brevemente. Quasi subito la noia si insedia, e ancora una volta siamo rimessi in movimento, questa volta per sfuggire ai terrori della noia.

Il lavoro, il tormento, la fatica e il bisogno sono, certamente, per tutta la loro vita, la sorte di quasi tutti gli uomini. Ma, se tutti i desideri, appena nati, fossero esauditi, come allora riempire la vita umana e trascorrere il tempo? Se si trasportasse questa schiatta in un paese di Cuccagna, dove tutto crescesse da sé e i piccioni volassero intorno già arrostiti, dove anche ciascuno trovasse immediatamente la sua amata prediletta e la ottenesse senza difficoltà: – allora gli uomini, in parte, morirebbero dalla noia o si impiccherebbero, in parte, invece, si combatterebbero, scannerebbero e assassinerebbero a vicenda per procurarsi in tal modo più dolore di quanto gliene imponga la natura.

E qual è la cosa più terribile della noia? Perché ci affrettiamo a dissiparla? Perché è uno stato privo di svago che abbastanza presto rivela sgradevoli verità sottese all’esistenza: la nostra futilità, la nostra esistenza insignificante, il nostro inesorabile progredire verso il deterioramento e la morte.

E quindi, che cos’è la vita umana se non un ciclo infinito di volere, soddisfazione, noia e poi volere ancora? E questo è vero per tutte le forme di vita? È peggio per gli umani, dice Schopenhauer, perché con l’accrescersi dell’intelligenza anche la sofferenza si intensifica.

Quindi, qualcuno è mai felice? Può qualcuno mai essere felice? Arthur non crede sia possibile.

Prima di tutto: nessuno è felice, ma per tutta la vita aspira a una presunta felicità, che di rado raggiunge e, se la raggiunge, è solo per esserne deluso: ma la regola è che alla fine ciascuno giunga al porto avendo fatto naufragio, e senza più alberi. Ma allora è indifferente che egli sia stato felice o infelice, in una vita fatta solo di un presente privo di durata e che ora ha fine.

La vita, che consiste in un tragico declivio inevitabile che tende verso il basso, non è solo brutale, ma completamente in balia del capriccio.

Noi assomigliamo agli agnelli che giuocano sul prato, mentre il beccaio ne sceglie già l’uno o l’altro con gli occhi: infatti non sappiamo nei nostri giorni buoni quale sventura, proprio allora, il destino ci sta preparando – malattia, persecuzione, miseria, mutilazioni, accecamento, follia e morte.

Le conclusioni pessimistiche di Arthur Schopenhauer a proposito della condizione umana sono così insopportabili da farlo sprofondare nella disperazione? O è stato piuttosto il contrario? È stata forse la sua infelicità a portarlo a concludere che la vita umana fosse una triste faccenda che anzitutto sarebbe stato meglio non aver risvegliato? Consapevole dell’enigma, Arthur ha spesso ricordato a noi (e a se stesso) che l’emozione ha il potere di oscurare e falsificare la conoscenza: che il mondo intero assume un aspetto sorridente quando abbiamo motivo di gioire e cupo e oscuro quando la tristezza ci pesa addosso.


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"Parerga e paralipomena" offre lezioni su come pensare in modo indipendente, come trattenere scetticismo e razionalità, come evitare emollienti sovrannaturali consolatori, come pensare bene di noi stessi, tenere basse le nostre puntate ed evitare di attaccarci a quello che può essere perduto. Anche se «ognuno deve agire con tutti gli altri nel grande spettacolo di marionette della vita, essendo quasi sempre conscio del filo con il quale […] è messo in movimento», c’è, ciò non di meno, conforto nel mantenere la sublime prospettiva del filosofo secondo la quale, dal punto di vista dell’eternità, nulla realmente importa, tutto passa.

Parerga e paralipomena introduce un tono nuovo. Mentre continua a enfatizzare la sofferenza tragica e dolorosa dell’esistenza, vi aggiunge la dimensione della connettività, ovvero, il fatto che, attraverso la comunione della nostra sofferenza, noi siamo inesorabilmente connessi gli uni agli altri. In un passaggio degno di nota il grande misantropo mette in mostra una visione più conciliante, più indulgente, dei suoi fratelli bipedi.

Nel rivolgersi la parola, sarebbe più giusto dire, invece di monsieur, sir, e così via, «compagno di sofferenze» […]; per quanto possa sonare strano, ciò corrisponde alla sostanza, e mette gli altri nella più giusta luce, ricordandoci la cosa più di tutte necessaria: la tolleranza, la pazienza, il riguardo e l’amore del prossimo, di cui ciascuno ha bisogno e di cui perciò ciascuno è anche debitore.

Poche frasi dopo aggiunge un pensiero che potrebbe servire da paragrafo di apertura a un moderno libro di psicoterapia.

Dobbiamo usare indulgenza per ogni stoltezza, errore, vizio degli uomini, riflettendo che non ci troviamo davanti se non i nostri stessi errori, vizi e follie: infatti, sono gli errori dell’umanità, alla quale anche noi apparteniamo, e della quale quindi portiamo in noi tutti gli errori, dunque anche quelli che ora ci fanno indignare, solo perché non affiorano proprio ora in noi.

Schopenhauer mi ha reso consapevole del fatto che siamo condannati a girare all’infinito sulla ruota della volontà: desideriamo qualcosa, la otteniamo, godiamo di un breve attimo di sazietà, che rapidamente si spegne nella noia che poi, senza fallo, è seguita dal successivo “io voglio”. Non c’è via d’uscita se si pensa di poter placare il desiderio: uno deve saltare completamente fuori dalla ruota. È quello che Schopenhauer ha fatto, ed è quello che ho fatto io».

«Saltare fuori dalla ruota? E che cosa significa?» chiese Pam.

«Significa sottrarsi completamente al volere. Significa accettare totalmente che la nostra natura più intima è uno sforzo implacabile, che questa sofferenza è programmata dentro di noi fin dall’inizio e che noi siamo condannati dalla nostra stessa natura. Significa che dobbiamo prima comprendere l’essenziale non essere di questo mondo di illusione e poi accingerci a trovare una strada per negare la volontà. Dobbiamo tendere, come tutti i grandi artisti devono, a dimorare nel mondo puro delle idee platoniche. Alcuni lo fanno tramite l’arte, altri tramite l’ascetismo religioso. Schopenhauer lo fece evitando il mondo del desiderio, con la comunione con le grandi menti della storia e la contemplazione estetica; suonava il flauto per una o due ore al giorno. Significa che uno deve diventare osservatore oltre che attore. Uno deve riconoscere la forza vitale che esiste in tutta la natura, che si manifesta tramite l’esistenza individuale di ciascuna persona, e che alla fine reclamerà quella forza quando l’individuo non esisterà più in quanto entità fisica.

«Ho seguito attentamente il suo modello: le mie relazioni primarie sono con i grandi pensatori che leggo ogni giorno. Evito di ingombrare la mia mente con la quotidianità, e tutti i giorni mi sottopongo a una pratica contemplativa giocando a scacchi o ascoltando musica: a differenza di Schopenhauer, non sono capace di suonare uno strumento».


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«Guarda se i tuoi giudizi obiettivi non sono altro, per la maggior parte, che giudizi soggettivi mascherati».

È stato spesso notato che le tre massime rivoluzioni nel pensiero hanno minacciato l’idea della centralità umana. Per primo Copernico, che dimostrò che la terra non era il centro attorno al quale ruotavano tutti i corpi celesti. Poi Darwin, che ci mostrò che non eravamo centrali nella catena della vita, ma che come tutte le altre creature ci eravamo evolute da altre forme di vita. Terzo Freud, che dimostrò che non siamo i padroni in casa nostra, che molto del nostro comportamento è governato da forze al di fuori della nostra coscienza. Non c’è dubbio che il non riconosciuto compagno di quest’ultima rivoluzione fu Schopenhauer il quale, molto prima della nascita di Freud, postulò che siamo governati da profonde forze biologiche e poi inganniamo noi stessi pensando di essere noi a scegliere consapevolmente le nostre.

La favola del porcospino, uno dei brani più noti di tutta l’opera di Schopenhauer, ci comunica la sua visione gelida delle relazioni umane.

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, con il calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro.

In altre parole, tollerare la vicinanza solo quando è necessaria per la sopravvivenza ed evitarla ogni volta che è possibile. La maggior parte degli psicoterapeuti contemporanei raccomanderebbero senza esitazione una terapia per delle posizioni così estreme dal punto di vista dell’isolamento sociale. In effetti il grosso della psicoterapia pratica si rivolge verso queste posizioni interpersonali problematiche, non solo l’isolamento sociale ma il comportamento sociale disadattato in tutti i suoi possibili colori e sfumature: autismo, isolamento sociale, fobia sociale, personalità schizoide, personalità antisociale, personalità narcisistica, incapacità di amare, autoesaltazione, o il suo opposto, l’annullamento delle proprie capacità. Sarebbe stato d’accordo Schopenhauer? Considerava i propri sentimenti nei confronti delle altre persone come una forma di disadattamento? È del tutto improbabile. I suoi atteggiamenti erano così vicini a come egli era realmente, così profondamente radicati in lui, che mai li considerò un inconveniente. Al contrario, considerava la misantropia e l’isolamento come una virtù. Notiamo, per esempio, la conclusione della parabola del porcospino: «Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli». Schopenhauer credeva che un uomo con forza o virtù interiori proprie non avesse necessità di riceverne dagli altri; un simile uomo era autosufficiente.

Porre un termine ai nostri desideri, imbrigliare le nostre cupidigie, dominare la nostra ira, tenendo sempre presente che solo una parte infinitamente piccola di tutto ciò che è desiderabile può essere raggiunta dall’individuo.

I greci – Socrate, Platone, Aristotele, gli stoici e gli epicurei – ritenevano tutti che l’istruzione e la ragione fossero gli strumenti necessari a combattere la sofferenza umana. La maggior parte dei consulenti filosofici considera l’istruzione come il fondamento della terapia. Quasi tutti sottoscrivono il motto di Leibniz caritas sapientis, che significa “saggezza e cura”.

«Una delle formulazioni di Schopenhauer che mi è stata d’aiuto», disse Philip, «è stata l’idea che la felicità relativa deriva da tre fonti: quello che uno è, quello che uno ha, e quello che uno rappresenta agli occhi degli altri. Schopenhauer insiste affinché ci si concentri soltanto sulla prima e non si faccia affidamento sulla seconda e sulla terza – sull’avere e sulla nostra reputazione – perché non abbiamo controllo su queste due; possono esserci tolte, e lo saranno, proprio come il tuo inevitabile invecchiare ti sta portando via la tua bellezza. In effetti l’“avere” ha un rovescio della medaglia, diceva, quello che abbiamo spesso comincia con l’avere noi».


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Il romanzo dello psichiatra Irvin Yalom, “La cura Schopenhauer”, è una straordinaria riflessione sui meccanismi della vita, sulle interazioni personali, sul valore dei rapporti umani, l’importanza della cultura come mezzo di conoscenza di sé e infine sulla morte.
Un libro singolare che del romanzo ha i personaggi con le loro singole storie, ma è anche, nello stesso tempo, un saggio sulla psicoterapia e una biografia del filosofo Arthur Schopenhauer.

Si parla molto di filosofia in questo libro, ma non in maniera astratta, piuttosto come un supporto per comprendere la vita in tutto quello che ci accade, in modo da diventarne i padroni, da poter scegliere la vita che vogliamo- per vivere e non essere vissuti. E sono due i filosofi a cui fare riferimento, Nietzche e Schopenhauer, due poli interpretativi che trovano i loro sostenitori nei due personaggi chiave: il professore Julius Hertzfeld e Philip Slate, favorevole ad un metodo di consulenza psicologica ispirata a Schopenhauer.

Quando a Julius Hertzfeld viene diagnosticato un melanoma che gli lascia un anno di vita, dopo i primi momenti di sconforto e paura, dopo aver volto uno sguardo indietro al suo passato, Julius sa che cosa vuole fare, come vuole vivere il tempo che gli è ancora concesso: esattamente come ha vissuto finora. Secondo l’insegnamento di Nieztche che celebrava gioiosamente la vita e spronava a vivere in maniera tale da aver voglia di ripetere la stessa vita in eterno.
Ed è qui che si inserisce il secondo personaggio, quel Philip Slate che, in cura da Julius vent’anni prima per un comportamento sessuale ossessivo, non aveva ricevuto giovamento dalla terapia. Un fallimento che Julius vuole riesaminare, venendo ad un accordo con Philip: Julius farà da supervisore a Philip perché questi possa ottenere la licenza di consulente e Philip parteciperà alle riunioni di terapia di gruppo di Julius. Il contrasto fra i due, che poi è la differenza tra il misantropo, sprezzante, sarcastico, egoista ed egotista Schopenhauer e il guerriero della vita Nieztche che parla di impegno ad aiutare gli altri condividendo la propria maturità, risulta più chiaro nello scambio di esperienze del gruppo. Philip (“il clone di Schopenhauer”) si tiene da parte, è incapace dell’apertura di sé agli altri, parla per bocca del filosofo che, secondo lui, lo ha salvato.

stradanove.net

Qualche citazione quà e là

Poi Mann continuò descrivendo come, all’età di ventitré anni, avesse sperimentato per la prima volta la grande gioia di leggere Schopenhauer. Era rimasto ammaliato non solo dal tono delle parole di Schopenhauer, che egli descrive come una «composizione […] così perfettamente chiara, trasparente, compatta, il […] linguaggio vigoroso, elegante, preciso, passionale e arguto, di una purezza classica e di una grandiosa e serena severità stilistica, quali mai si erano viste fino ad allora nella filosofia tedesca», ma anche dalla «sostanza, l’intima natura» del pensiero di Schopenhauer, che egli descrive come «piena di tensione, fortemente affettiva, sospesa tra violenti contrasti, tra istinto e spirito, passione e redenzione». In quel preciso momento Mann aveva stabilito che scoprire Schopenhauer era stata un’esperienza troppo preziosa per tenersela per sé e l’aveva immediatamente usata creativamente offrendo il filosofo al proprio eroe sofferente. E non solo Thomas Mann, ma molte altre grandi menti hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Arthur Schopenhauer. Tolstoj definiva Schopenhauer «il più geniale di tutti gli uomini». Per Richard Wagner era «un vero dono del cielo». Nietzsche affermava che la sua vita non era stata più la stessa dopo l’acquisto di un logoro volume di Schopenhauer in un negozio di libri usati di Lipsia e, come era solito dire, dopo «aver permesso che quel genio cupo e dinamico agisse sulla mia mente». Schopenhauer ha cambiato per sempre la mappa intellettuale del mondo occidentale e senza di lui avremmo avuto un Freud, un Nietzsche, un Hardy, un Wittgenstein, un Beckett, un Ibsen e un Conrad molto diversi e molto più deboli.

Perciò la maggior parte delle persone, se alla fine guarderanno indietro, troveranno di aver vissuto per tutta la vita ad interim, e si meraviglieranno di vedere che proprio ciò che hanno lasciato passare senza considerarlo e senza goderlo è stato la loro vita […]. E così […] l’uomo preso in giro dalla speranza, finisce a passo di danza tra le braccia della morte.

I grandi dolori ci rendono insensibili ai piccoli, e, viceversa, in assenza di guai seri, le più minuscole contrarietà ci tormentano e c’indispongono.

«Nietzsche», intervenne Philip, «una volta ha detto qualcosa sul fatto che, quando ci svegliamo scoraggiati nel mezzo della notte, i nemici che avevamo sconfitto molto tempo prima tornano ad assillarci».

«Come Schopenhauer, voglio volere il meno possibile e sapere il più possibile».

Concordo con Schopenhauer quando scrive che la bellezza è una lettera di raccomandazione aperta che predispone il tuo cuore a favorire la persona che te la presenta. Trovo che un individuo di grande bellezza sia mirabile da contemplare. Ma sto anche dicendo che l’opinione che qualcun altro ha di me non altera, non deve alterare, la mia opinione di me stesso». «Sembra una cosa meccanica. Non completamente umana», replicò Tony. «Quello che davvero sembrava inumano era il tempo in cui permettevo alla stima del mio valore di saltare su e giù come un turacciolo a seconda dell’attenzione che mi veniva concessa da altre persone insignificanti»


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Il Vangelo secondo Gesù Cristo

Profondo, irriverente, anticonformista. Un ampio ritratto di fede nella normalità, nel raziocinio e nella bontà degli uomini. Originale nella forma, senza una vera e propria punteggiatura (come in Cecità)

Decine di ottime recensioni sono già state scritte ovunque, quindi solo qualche citazione (un po’ lunghe ma davvero notevoli)

Gesù e Dio parlano del progetto di conquistare nuovi fedeli e Dio racconta a Gesù il futuro dell’umainità dopo il suo sacrificio.

Voglio sapere come arriveranno gli uomini a credere in me e a seguirmi, e non dirmi che sarà sufficiente quello che dirò loro, non dirmi che basterà ciò che dopo di me diranno nel mio nome coloro che in me credevano, ti faccio un esempio, i Gentili e i romani, che hanno altri dei, non venirmi a raccontare che senza dire né a né ba li scambieranno con me, Con te, no, con me, Con te o con me, sei Tu a dire che è lo stesso, non giochiamo con le parole, rispondi alla mia domanda, Chi avrà fede, verrà a noi, Così, senza nient’altro, semplicemente come lo stai dicendo, Gli altri dei resisteranno, E tu lotterai contro di loro, certo, Che sciocchezza, tutto quello che succede, è sulla terra che accade, il cielo è eterno e pacifico, il destino degli uomini lo compiono gli uomini là dove si trovano, Per dirla chiaramente, per quanto le parole siano ombre, moriranno degli uomini per Te e per me, Gli uomini sono sempre morti per gli dei, persino per dei falsi e menzogneri, Ma possono mentire gli dei, Eccome, E Tu, fra tutti, sei l’unico e il vero, Unico e vero, sì, E pur essendo vero e unico, non puoi comunque evitare che gli uomini muoiano per Te, loro che dovrebbero essere nati per vivere per Te, sulla terra, intendo dire, non in cielo, dove Tu non potrai donare loro nessuna delle gioie della vita, Gioie false, anch’esse, perché sono nate con il peccato originale, chiedilo al tuo Pastore, ti spiegherà lui com’è andata, Se fra Te e il Diavolo esistono segreti non condivisi, spero che uno sia quello che ho appreso da lui, anche se lui afferma che non ho imparato niente. Scese il silenzio, Dio e il Diavolo si guardarono in faccia per la prima volta, entrambi diedero l’impressione di essere sul punto di parlare, ma non accadde nulla. Disse Gesù, Sto aspettando, Che cosa, domandò Dio, come se fosse distratto, Che Tu mi dica quanta morte e quanta sofferenza costerà la Tua vittoria sugli altri dei, con quanta sofferenza e con quanta morte si pagheranno le lotte che, nel Tuo nome e nel mio, gli uomini che crederanno in noi scateneranno gli uni contro gli altri, Insisti nel volerlo sapere, Insisto, Ebbene, si edificherà l’assemblea di cui ti ho parlato, ma le sue fosse, per essere ben salde, dovranno essere scavate nella carne, e le sue fondamenta composte da un cemento di rinunce, lacrime, dolori, torture, di tutte le morti oggi immaginabili e di altre che solo nel futuro si conosceranno, Finalmente, adesso sei chiaro e immediato, continua, Per cominciare da chi conosci e ami, il pescatore Simone, che chiamerai Pietro, sarà come te crocifisso, ma con la testa all’ingiù, e crocifisso dovrà essere anche Andrea, su una croce a forma di X, il figlio di Zebedeo, quello di nome Giacomo, lo decolleranno, e Giovanni e Maria di Magdala invece moriranno di morte naturale, quando saranno finiti i loro giorni, ma avrai altri amici, discepoli e apostoli come quelli già nominati, che non sfuggiranno ai supplizi, come per esempio un Filippo, legato alla croce e lapidato fino a quando la vita gli si sarà spenta, un Bartolomeo, che sarà scuoiato vivo, un Tommaso, che ammazzeranno a colpi di lancia, un Matteo, che adesso non ricordo come morirà, un altro Simone, segato a metà, un Giuda, ucciso a colpi d’accetta, un altro Giacomo, lapidato, un Mattia, decollato con una scure, e anche Giuda Iscariota, ma di questo ne saprai meglio tu di me, tranne la morte, impiccato con le sue stesse mani a un fico, Dovranno morire tutti per Te, domandò Gesù, Se la metti in questi termini, sì, moriranno tutti per causa mia, E poi, Poi, figlio mio, sarà una storia interminabile di ferro e sangue, di fuoco e ceneri, un mare infinito di sofferenza e lacrime, Racconta, voglio sapere tutto. Dio sospirò e, col tono monocorde di chi abbia preferito soffocare la pietà e la misericordia, attaccò la litania, in ordine alfabetico per evitare suscettibilità in merito alla precedenza.

Adalberto di Praga, ucciso con uno spuntone a sette punte. Adriano, ucciso a martellate sopra un’incudine, Afra di Asburgo, morta sul rogo, Agapito di Preneste, morto sul rogo, appeso per i piedi, Agata di Sicilia, morta con i seni recisi, Agricola di Bologna, crocifisso e trafitto di chiodi, Alfegio di Canterbury, ucciso a colpi di osso di bue, Anastasia di Sirmio, morta sul rogo coi seni recisi, Anastasio di Salona, impiccato e decapitato, Ansano di Siena, ucciso per eviscerazione, Antonino di Pamiers, ucciso per squartamento, Antonio di Rivoli, ucciso a sassate e bruciato, Apollinare di Ravenna, ucciso a mazzate, Apollonia di Alessandria, morta sul rogo dopo che le avevano strappato i denti, Augusta di Treviso, uccisa per decapitazione e bruciata, Aura di Ostia, annegata con una mola al collo, Aurea di Siria, morta dissanguata, seduta sopra una sedia ricoperta di chiodi, Auta, ammazzata a frecciate, Babila di Antiochia, ucciso per decapitazione, Barbara di Nicomedia, uccisa per decollazione, Barnaba di Cipro, lapidato e bruciato, Beatrice di Roma, uccisa per strangolamento, Benigno di Digione, ucciso a colpi di lancia, Biagio di Sebaste, ucciso con carde di ferro, Blandina di Lione, uccisa a cornate da un toro selvaggio, Callisto, strangolato con una mola, Cassiano di Imola, ucciso dai suoi alunni con uno stiletto, Castulo, sepolto vivo, Caterina di Alessandria, uccisa per decapitazione, Cecilia di Roma, uccisa per decollazione, Chiaro di Nantes, ucciso per decapitazione, Chiaro di Vienna, ucciso per decapitazione, Chiteria di Coimbra, decapitata dal proprio padre, un orrore, Cipriano di Cartagine, ucciso per decapitazione, Ciro di Tarso, ucciso ancora bambino da un giudice che gli batté la testa contro le scale del tribunale, Clemente, annegato con un’ancora al collo, Crispino e Crispiniano di Soissons, uccisi per decapitazione, Cristina di Bolsena, uccisa con tutto quanto si possa fare con mola, ruota, tenaglie, frecce e serpenti, Cucufate di Barcellona, ammazzato e sventrato, arrivato alla fine della lettera C, Dio disse, Poi è tutto uguale, o quasi, ormai sono poche le varianti possibili, tranne che nei particolari, i quali sono talmente raffinati che ci vorrebbe un mucchio di tempo a spiegarli, fermiamoci qui, Continua, disse Gesù, e Dio continuò, abbreviando il più possibile.

Un altro interminabile elenco.

Ancora non sei stufo, domandò Dio a Gesù, e Gesù rispose, Dovresti rivolgerla a Te stesso questa domanda, continua, e Dio proseguì, Sabiniano di Sens, decollato, Sabino di Assisi, lapidato, Saturnino di Tolosa, strascinato da un toro […]

Un altro interminabile elenco.

[…] e altri, altri, altri, idem, idem, idem, basta. Non basta, disse Gesù, a quali altri alludi, Lo ritieni proprio indispensabile, Sì, Mi riferisco a quelli che, non essendo stati martirizzati e morendo di morte naturale, hanno sofferto il martirio delle tentazioni della carne, del mondo e del Demonio e che, per vincerle, hanno dovuto mortificare il proprio corpo col digiuno e la preghiera.

Solo con il digiuno e la preghiera, domandò Gesù, e Dio rispose, Offenderanno il corpo anche con dolore, sangue e un mucchio di schifezze, e tante altre penitenze, portando cilici e flagellandosi, ci sarà pure chi non si laverà per tutta la vita, o quasi, chi si precipiterà nelle foreste e si rivolterà nella neve per placare le brame della carne suscitate dal Diavolo, cui si devono tutte queste tentazioni, perché il suo scopo è quello di distogliere gli animi dalla retta via che li condurrebbe al cielo, donne nude e mostri spaventosi, creature aberranti, lussuria e paura, ecco le armi con cui il Demonio tormenta le povere vite degli uomini, Farai tutto questo, domandò Gesù a Pastore, Più o meno, rispose lui, mi sono limitato a prendere ciò che Dio non ha voluto, la carne, con la sua gioia e la sua tristezza, la gioventù e la vecchiaia, la freschezza e il marciume, ma non è vero che la paura sia una mia arma, non ricordo di essere stato io a inventare il peccato e il suo castigo, e la paura che li accompagna sempre, Taci, lo interruppe Dio, spazientito, il peccato e il Diavolo sono i due nomi di una stessa cosa, Che cosa, domandò Gesù, La mia assenza, E l’assenza di Te, a che cosa si deve, al fatto che ti sia ritirato Tu o che si siano allontanati da Te, Io non mi ritiro mai, Ma consenti che ti abbandonino, Chi mi abbandona, mi cerca, E se non ti trova, la colpa, ormai si sa, è del Diavolo, No, la causa di questo non è sua, è colpa mia, che non riesco ad arrivare là dove mi cercano, parole che Dio pronunciò con una pungente e inattesa tristezza, come se all’improvviso avesse scoperto dei limiti al proprio potere. Gesù disse, Continua, Ce ne sono altri, riprese lentamente Dio, che si ritirano in luoghi solitari e agresti e, fra grotte e caverne, in compagnia di bestie, conducono una vita solitaria, altri che si fanno rinchiudere, altri che si arrampicano sulla cima di alte colonne e lì vivono per anni e anni di fila, altri, e qui la voce si fece più bassa, si smorzò, Dio contemplava adesso una sfilza interminabile di gente, migliaia e migliaia, migliaia di migliaia di uomini e donne, in tutto il globo, che entravano in conventi e monasteri, qualche rustica costruzione, molti palazzi splendidi, Si ritirano lì per servirci, me e te, dalla mattina alla sera, con veglie e preghiere, e, tutti con lo stesso scopo e il medesimo destino, per adorarci e morire con i nostri nomi sulle labbra, adotteranno appellativi diversi, saranno benedettini, bernardini, certosini, agostiniani, gilbertini, trinitari, francescani, domenicani, cappuccini, carmelitani, gesuiti, e saranno tanti, tanti, tanti, ah, come mi piacerebbe poter esclamare, Mio Dio, per quanti sono. A questo punto, il Diavolo disse, rivolto a Gesù, Osserva come, in ciò che ha raccontato, vi siano due maniere per perdere la vita, una con il martirio, l’altra con la rinuncia, non basta che debbano morire quando arriva l’ora, c’è bisogno che, in un modo o nell’altro, le corrano pure incontro, crocifissi, sbudellati, decollati, scuoiati, incornati, seppelliti, segati, ammazzati a colpi di lancia e di frecce, mutilati, oppure, dentro e fuori le celle, i capitoli e i chiostri, castigandosi per essere nati con il corpo che Dio ha dato loro e senza il quale non saprebbero dove porre l’anima, tormenti simili non li ha inventati questo Diavolo che ti sta parlando.

È tutto, domandò Gesù a Dio, No, mancano ancora le guerre, Ci saranno anche guerre, E stragi, Per quanto riguarda le stragi ne sono al corrente, avrei potuto addirittura morirne, e a ben vedere è stato davvero deplorevole, adesso non ci sarebbe un crocifisso ad aspettarmi […]

[…] le guerre e le stragi, che sono guerre anch’esse, Tante, a non finire, ma soprattutto quelle che si faranno contro di te e contro di me, in nome di un dio che deve ancora apparire, Com’è possibile che un dio debba apparire, un dio, se lo è veramente, può solo esistere da sempre e per sempre, Lo ammetto, è difficile comprenderlo, quasi quanto spiegarlo, ma accadrà proprio come ti dico, un dio arriverà e si scaglierà contro di noi e contro tutti quelli che ci seguiranno, popoli interi, no, non ho parole sufficienti per raccontarti dei massacri, delle carneficine, dei macelli, immagina il mio altare di Gerusalemme moltiplicato per mille, metti degli uomini al posto degli animali, e neanche così riuscirai a sapere di preciso che cosa sono state le crociate, Crociate, di che cosa si tratta, e perché dici che sono state se devono ancora avvenire, Ricordati che io sono il tempo e, dunque, tutto quanto deve accadere per me è già avvenuto, tutto quanto è avvenuto, accade tutti i giorni, Raccontami questa storia delle crociate, Be’, figlio mio, questi luoghi in cui ci troviamo adesso, compresi Gerusalemme e altri territori a nord e a occidente, dovranno essere conquistati dai seguaci di quel dio tardivo di cui ti parlavo, e i nostri, quelli schierati dalla nostra parte, faranno di tutto per cacciarli dai luoghi che tu con i tuoi piedi hai calpestato e che io con tanta assiduità frequento, Per scacciare i romani, oggi, non hai fatto granché, Ti sto parlando del futuro, non mi distrarre, Prosegui, allora, Aggiungi che tu sei nato qui, qui sei vissuto e qui sei morto, Per il momento, non sono ancora morto, All’uopo, tant’è, ti ho spiegato or ora che cosa significa, dal mio punto di vista, avvenire ed essere avvenuto, e, per favore, non continuare a interrompermi se non vuoi che taccia per sempre, Sto zitto, Ebbene, a queste zone i posteri daranno il nome di Luoghi Santi, per il motivo che tu sei nato, vissuto e morto qui, perciò non sarebbe opportuno, per la religione che diventerai, che la sua culla si trovasse nelle mani indegne di infedeli, un motivo, come puoi immaginare, più che sufficiente per giustificare che grandi eserciti venuti da Occidente, per quasi duecento anni, tentino di conquistare e di conservare alla nostra religione la grotta in cui sei nato e il monte su cui morirai, per dire solo dei luoghi principali, E quegli eserciti costituiscono le crociate, Infatti, E hanno conquistato quello che si prefiggevano, No, ma hanno ammazzato un mucchio di gente, E i crociati, Ne sono morti altrettanti, se non di più, E tutto questo, in nome nostro, Andranno in guerra urlando, Dio lo vuole, E devono essere morti dicendo, Dio l’ha voluto, Sarebbe stato un bel modo di finire, Di nuovo un sacrificio di cui non valeva la pena, Figlio mio, l’anima per salvarsi ha bisogno del sacrificio del corpo, Con queste o con altre parole, te l’ho già sentito dire prima, e tu, Pastore, che cosa ci racconti di questi futuri e portentosi avvenimenti, Dico che nessuno che possieda appieno il proprio senno potrà affermare che il Diavolo sia stato, sia o sarà colpevole di un tale massacro e di simili cimiteri, a meno che a qualche malvagio non venga in mente il calunnioso pensiero di attribuirmi la responsabilità della nascita di quel dio che sarà nemico di questo, Mi sembra chiaro e ovvio che la colpa non è tua e, quanto al timore che scarichino su di te le responsabilità, potrai sempre rispondere che il Diavolo, essendo menzogna, non potrebbe mai generare la verità che Dio è, Ma allora, domandò Pastore, chi creerà quel dio nemico. Gesù non sapeva rispondere, Dio, che taceva, continuò nel Suo silenzio, ma dalla nebbia calò una voce che disse, Forse questo Dio e quello che dovrà venire non sono che eteronimi, Di chi, di che cosa, domandò, curiosa, un’altra voce, Di Pessoa, fu quanto si capì ma poteva anche essere stato, Della Pessoa, e cioè, Della persona. All’inizio, Gesù, Dio e il Diavolo finsero di non avere sentito, ma subito dopo si sogguardarono spaventati, la paura comune è così, unifica facilmente le differenze.

C’è ancora l’Inquisizione ma, se non ti dispiace, potremmo parlarne un’altra volta, Che cos’è l’Inquisizione, L’Inquisizione è un’altra storia interminabile, Voglio conoscerla, Sarebbe meglio se non ti fosse nota, Insisto, Nella tua vita odierna soffrirai di rimorsi che appartengono al futuro, E Tu, no, Dio è Dio, non ha rimorsi, Quanto a me, se ho già questo fardello di dover morire per Te, posso anche sopportare i rimorsi che dovrebbero essere Tuoi, Preferirei risparmiarti, Tant’è che non hai fatto altro da quando sono nato, Sei un ingrato, come lo sono tutti i figli, Smettiamola con le finzioni, dimmi che cosa sarà l’Inquisizione, L’Inquisizione, detta anche tribunale del Santo Uffizio, è il male necessario, lo strumento crudelissimo con cui debelleremo l’infezione che un giorno, e per lungo tempo, si insinuerà nel corpo della tua Chiesa tramite le nefande eresie in generale e i suoi derivati e conseguenti minori, cui vanno sommate un buon numero di perversioni fisiche e morali, e questo, riunito e posto nello stesso sacco di orrori, senza badare a priorità e ordine, comprenderà luterani e calvinisti, molinisti e giudaizzanti, sodomiti e stregoni, tutte le piaghe, insomma, alcune delle quali apparterranno al futuro e altre a ogni tempo, E, vista la necessità di cui parli, come procederà l’Inquisizione per ridurre questi mali, L’Inquisizione è una polizia e un tribunale, perciò dovrà arrestare, giudicare e condannare come fanno i tribunali e le polizie, Condannerà a che cosa, Al carcere, all’esilio, al rogo, Al rogo, dici, Sì, nel futuro, moriranno bruciati migliaia e migliaia di uomini e di donne, Di alcuni mi hai già parlato prima, Quelli erano stati messi al rogo per il motivo che credevano in te, gli altri lo saranno perché ne dubiteranno, Non è permesso dubitare di me, No, Ma noi possiamo dubitare che il Giove dei romani sia un dio, L’unico Dio sono io, io sono il Signore e tu sei mio figlio, Moriranno a migliaia, A centinaia di migliaia, Moriranno centinaia di migliaia di uomini e donne, la terra si empirà di urla di dolore, di grida e rantoli di agonia, il fumo degli arsi vivi offuscherà il sole, il loro grasso sfrigolerà sulle braci, il puzzo sarà un tormento, e tutto avverrà per colpa mia, Non per colpa, ma per causa tua. Padre, allontana da me questo calice, Che tu lo beva è la condizione per il mio potere e la tua gloria, Non desidero questa gloria, Ma io voglio questo potere. La nebbia prese a scomparire nella direzione da cui era venuta, intorno alla barca si vedeva l’acqua, piatta e opaca, senza un’increspatura provocata dal vento o una minima agitazione suscitata da qualche pinna. Allora il Diavolo disse, Bisogna proprio essere Dio per amare tanto il sangue.


Categorie: Citazioni, Libri, religione
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