«Guarda se i tuoi giudizi obiettivi non sono altro, per la maggior parte, che giudizi soggettivi mascherati».
È stato spesso notato che le tre massime rivoluzioni nel pensiero hanno minacciato l’idea della centralità umana. Per primo Copernico, che dimostrò che la terra non era il centro attorno al quale ruotavano tutti i corpi celesti. Poi Darwin, che ci mostrò che non eravamo centrali nella catena della vita, ma che come tutte le altre creature ci eravamo evolute da altre forme di vita. Terzo Freud, che dimostrò che non siamo i padroni in casa nostra, che molto del nostro comportamento è governato da forze al di fuori della nostra coscienza. Non c’è dubbio che il non riconosciuto compagno di quest’ultima rivoluzione fu Schopenhauer il quale, molto prima della nascita di Freud, postulò che siamo governati da profonde forze biologiche e poi inganniamo noi stessi pensando di essere noi a scegliere consapevolmente le nostre.
La favola del porcospino, uno dei brani più noti di tutta l’opera di Schopenhauer, ci comunica la sua visione gelida delle relazioni umane.
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, con il calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro.
In altre parole, tollerare la vicinanza solo quando è necessaria per la sopravvivenza ed evitarla ogni volta che è possibile. La maggior parte degli psicoterapeuti contemporanei raccomanderebbero senza esitazione una terapia per delle posizioni così estreme dal punto di vista dell’isolamento sociale. In effetti il grosso della psicoterapia pratica si rivolge verso queste posizioni interpersonali problematiche, non solo l’isolamento sociale ma il comportamento sociale disadattato in tutti i suoi possibili colori e sfumature: autismo, isolamento sociale, fobia sociale, personalità schizoide, personalità antisociale, personalità narcisistica, incapacità di amare, autoesaltazione, o il suo opposto, l’annullamento delle proprie capacità. Sarebbe stato d’accordo Schopenhauer? Considerava i propri sentimenti nei confronti delle altre persone come una forma di disadattamento? È del tutto improbabile. I suoi atteggiamenti erano così vicini a come egli era realmente, così profondamente radicati in lui, che mai li considerò un inconveniente. Al contrario, considerava la misantropia e l’isolamento come una virtù. Notiamo, per esempio, la conclusione della parabola del porcospino: «Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli». Schopenhauer credeva che un uomo con forza o virtù interiori proprie non avesse necessità di riceverne dagli altri; un simile uomo era autosufficiente.
Porre un termine ai nostri desideri, imbrigliare le nostre cupidigie, dominare la nostra ira, tenendo sempre presente che solo una parte infinitamente piccola di tutto ciò che è desiderabile può essere raggiunta dall’individuo.
I greci – Socrate, Platone, Aristotele, gli stoici e gli epicurei – ritenevano tutti che l’istruzione e la ragione fossero gli strumenti necessari a combattere la sofferenza umana. La maggior parte dei consulenti filosofici considera l’istruzione come il fondamento della terapia. Quasi tutti sottoscrivono il motto di Leibniz caritas sapientis, che significa “saggezza e cura”.
«Una delle formulazioni di Schopenhauer che mi è stata d’aiuto», disse Philip, «è stata l’idea che la felicità relativa deriva da tre fonti: quello che uno è, quello che uno ha, e quello che uno rappresenta agli occhi degli altri. Schopenhauer insiste affinché ci si concentri soltanto sulla prima e non si faccia affidamento sulla seconda e sulla terza – sull’avere e sulla nostra reputazione – perché non abbiamo controllo su queste due; possono esserci tolte, e lo saranno, proprio come il tuo inevitabile invecchiare ti sta portando via la tua bellezza. In effetti l’“avere” ha un rovescio della medaglia, diceva, quello che abbiamo spesso comincia con l’avere noi».