28. Il pessimismo come modo di vivere
Non v’è rosa senza spine. Ma vi sono parecchie spine senza rose!
L’opera principale di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, scritto tra i venti e i trent’anni, fu pubblicata nel 1818, e un secondo volume supplementare nel 1844. Si tratta di un’opera di sorprendente ampiezza e profondità, che offre osservazioni penetranti sulla logica, l’etica, l’epistemologia, la percezione, la scienza, la matematica, la bellezza, l’arte, la poesia, la musica, il bisogno della metafisica e le relazioni dell’uomo con gli altri e con se stesso. La condizione umana è presentata in tutti i suoi aspetti più tetri: la morte, l’isolamento, l’insensatezza della vita e la sofferenza inerente all’esistenza stessa. Molti studiosi ritenevano che, con la sola eccezione di Platone, nell’opera di Schopenhauer ci fosse un numero di idee valide maggiore che in quella di qualsiasi altro filosofo.
Schopenhauer espresse di frequente il desiderio, e l’aspettativa, di essere ricordato per sempre per questa sua grande opera. In seguito, nel corso della sua vita, pubblicò un altro lavoro di grande valore, due volumi di saggi filosofici e aforismi dal titolo Parerga e paralipomena, che in greco significa «Opere complementari e omesse».
Quando Arthur era in vita la psicoterapia non era ancora nata, e tuttavia nei suoi scritti c’è molto di pertinente con la terapia. La sua opera maggiore cominciava con una critica e un ampliamento di Kant, che aveva rivoluzionato la filosofia attraverso l’intuizione secondo cui noi costituiamo la realtà piuttosto che percepirla. Kant si era reso conto che tutti i nostri dati sensibili sono filtrati attraverso il nostro apparato neurale, all’interno del quale vengono poi rimontati per fornirci un’immagine che noi chiamiamo realtà ma che in effetti è soltanto una chimera, una finzione che emerge dalla nostra mente che concettualizza e suddivide in categorie. Di fatto anche la causa e l’effetto, la successione, la quantità, lo spazio e il tempo sono concettualizzazioni, costruzioni, non entità che esistono in natura.
In aggiunta, noi non possiamo “oltrepassare” con lo sguardo la versione da noi elaborata di quello che c’è là fuori; non abbiamo modo di sapere che cosa ci sia “realmente” laggiù, ovvero l’entità che esiste a priori del nostro processo percettivo e intellettuale. Quell’entità primaria, che Kant chiamava Ding an sich (la cosa in sé) per noi sarà e dovrà rimanere per sempre inconoscibile.
Sebbene Schopenhauer concordasse sul fatto che noi non possiamo mai conoscere «la cosa in sé», credeva che potessimo avvicinarci a essa molto più di quanto pensasse Kant. Secondo lui Kant aveva trascurato una fonte molto importante delle informazioni disponibili a proposito del mondo che viene percepito (il fenomenico): i nostri stessi corpi! I corpi sono oggetti materiali. Esistono nel tempo e nello spazio. E ciascuno di noi ha una conoscenza straordinariamente ricca del proprio corpo, una conoscenza che scaturisce non dai nostri apparati percettivi o concettuali, ma una conoscenza diretta dall’interno, una conoscenza che scaturisce dai sentimenti.
Dai nostri corpi noi traiamo una conoscenza che non possiamo concettualizzare e comunicare perché la maggior parte della nostra vita interiore ci è sconosciuta. È repressa e non le viene permesso di fare irruzione nella coscienza, perché il conoscere le nostre nature più intime (la nostra crudeltà, paura, invidia, lussuria sessuale, aggressività, egoismo) ci causerebbe un turbamento maggiore di quello che siamo in grado di sopportare.
Non sembra qualcosa di famigliare? Non ricorda tutti quei marchingegni freudiani, l’inconscio, il processo primitivo, l’id, la repressione, l’ingannare se stessi? Non sono questi i germi vitali, le origini primordiali, del tentativo psicoanalitico? Tenete a mente che l’opera principale di Arthur è stata pubblicata quarant’anni prima della nascita di Freud. Quando Freud (e anche Nietzsche) erano scolari a metà del XIX secolo, Arthur Schopenhauer era il filosofo più letto in Germania.
Come riusciamo a capire queste forze inconsce? Come le comunichiamo agli altri? Anche se non possono essere concettualizzate, possono essere sperimentate e, secondo Schopenhauer, trasmesse direttamente, senza parole, attraverso le arti. Per questo motivo avrebbe dedicato alle arti, alla musica in particolare, molta più attenzione di qualsiasi altro filosofo.
E il sesso? Non lasciò dubbi sulla propria convinzione che i sentimenti sessuali avessero un ruolo cruciale nel comportamento umano. Anche qui fu un intrepido pioniere: nessun filosofo precedente aveva avuto l’intuizione (o il coraggio) di scrivere dell’importanza riproduttiva del sesso per la nostra vita interiore.
E la religione? Schopenhauer fu il primo grande filosofo a costruire il proprio pensiero su fondamenti atei. In modo esplicito e con veemenza negò il soprannaturale, sostenendo invece che noi viviamo interamente nello spazio e nel tempo e che tutte le entità non materiali sono costruzioni false e non necessarie. Anche se molti altri, Hobbes, Hume, persino Kant, potevano aver avuto delle tendenze agnostiche, nessuno aveva osato esplicitare il proprio ateismo. Da un lato, infatti, dipendevano per la loro sopravvivenza da stati e università che davano loro un impiego e quindi proibivano loro di esprimere sentimenti antireligiosi. Arthur non fu mai impiegato né ebbe necessità di esserlo e fu quindi libero di scrivere quello che gli aggradava. Precisamente per la stessa ragione Spinoza, un secolo e mezzo prima, aveva rifiutato le offerte di importanti cariche universitarie ed era invece rimasto un semplice molatore di lenti.
E le conclusioni a cui Schopenhauer giunse grazie alla conoscenza interiore del corpo? Furono che in noi, e in tutta la natura, c’è una forza vitale inesorabile, insaziabile, primitiva che egli denominò volontà. Ovunque noi guardiamo nella vita, scrisse, vediamo uno «sforzo, costituente il nocciolo e l’in-sè di ogni cosa». Cos’è la sofferenza? È l’«impedimento per via di un ostacolo che impedisca il fine [della volontà]». Cos’è la felicità, il benessere? È «il conseguimento del suo fine».
Noi vogliamo, vogliamo, vogliamo, vogliamo. Per ogni bisogno che giunge a livello di consapevolezza ce ne sono dieci in attesa dietro le quinte dell’inconscio. La volontà ci guida inesorabilmente perché, una volta che un bisogno è soddisfatto, è in breve rimpiazzato da un altro bisogno e poi da un altro ancora, per tutta la vita.
Schopenhauer alle volte invoca il mito della ruota di Issione o il mito di Tantalo per descrivere il dilemma dell’esistenza umana. Issione era un re che era stato sleale con Zeus e che per punizione era stato legato a una ruota infuocata destinata a girare per l’eternità. Tantalo, che aveva osato sfidare Zeus, fu punito per la sua superbia e condannato a essere eternamente tentato e mai soddisfatto. La vita umana, pensava Schopenhauer, gira eternamente attorno all’asse del bisogno seguito dal soddisfacimento. Siamo contenti del soddisfacimento? Ahimè, solo brevemente. Quasi subito la noia si insedia, e ancora una volta siamo rimessi in movimento, questa volta per sfuggire ai terrori della noia.
Il lavoro, il tormento, la fatica e il bisogno sono, certamente, per tutta la loro vita, la sorte di quasi tutti gli uomini. Ma, se tutti i desideri, appena nati, fossero esauditi, come allora riempire la vita umana e trascorrere il tempo? Se si trasportasse questa schiatta in un paese di Cuccagna, dove tutto crescesse da sé e i piccioni volassero intorno già arrostiti, dove anche ciascuno trovasse immediatamente la sua amata prediletta e la ottenesse senza difficoltà: – allora gli uomini, in parte, morirebbero dalla noia o si impiccherebbero, in parte, invece, si combatterebbero, scannerebbero e assassinerebbero a vicenda per procurarsi in tal modo più dolore di quanto gliene imponga la natura.
E qual è la cosa più terribile della noia? Perché ci affrettiamo a dissiparla? Perché è uno stato privo di svago che abbastanza presto rivela sgradevoli verità sottese all’esistenza: la nostra futilità, la nostra esistenza insignificante, il nostro inesorabile progredire verso il deterioramento e la morte.
E quindi, che cos’è la vita umana se non un ciclo infinito di volere, soddisfazione, noia e poi volere ancora? E questo è vero per tutte le forme di vita? È peggio per gli umani, dice Schopenhauer, perché con l’accrescersi dell’intelligenza anche la sofferenza si intensifica.
Quindi, qualcuno è mai felice? Può qualcuno mai essere felice? Arthur non crede sia possibile.
Prima di tutto: nessuno è felice, ma per tutta la vita aspira a una presunta felicità, che di rado raggiunge e, se la raggiunge, è solo per esserne deluso: ma la regola è che alla fine ciascuno giunga al porto avendo fatto naufragio, e senza più alberi. Ma allora è indifferente che egli sia stato felice o infelice, in una vita fatta solo di un presente privo di durata e che ora ha fine.
La vita, che consiste in un tragico declivio inevitabile che tende verso il basso, non è solo brutale, ma completamente in balia del capriccio.
Noi assomigliamo agli agnelli che giuocano sul prato, mentre il beccaio ne sceglie già l’uno o l’altro con gli occhi: infatti non sappiamo nei nostri giorni buoni quale sventura, proprio allora, il destino ci sta preparando – malattia, persecuzione, miseria, mutilazioni, accecamento, follia e morte.
Le conclusioni pessimistiche di Arthur Schopenhauer a proposito della condizione umana sono così insopportabili da farlo sprofondare nella disperazione? O è stato piuttosto il contrario? È stata forse la sua infelicità a portarlo a concludere che la vita umana fosse una triste faccenda che anzitutto sarebbe stato meglio non aver risvegliato? Consapevole dell’enigma, Arthur ha spesso ricordato a noi (e a se stesso) che l’emozione ha il potere di oscurare e falsificare la conoscenza: che il mondo intero assume un aspetto sorridente quando abbiamo motivo di gioire e cupo e oscuro quando la tristezza ci pesa addosso.